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maria cristina

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nasce a Santo Stefano Briga ( Messina) il 13/02/1983.
Si diploma al liceo classico “Maurolico” con il massimo dei voti; nell’ambiente liceale comincia a frequentare laboratori e corsi di recitazione, si dedica al teatro dialettale.
Dichiara di non credere alla morte dei due attori Romeo e Giulietta e di essere una ricamatrice. Sostiene che le domande non hanno necessarie risposte ma un’urgenza di significato. Parla complicato, italiano, messinese e francese adottivo.
Dal 2004 al 2006 è allieva del Laboratorio Teatrale d’Ateneo Universiteatrali, sotto la direzione artistica di Giovanni Boncoddo.
Nel 2006 si laurea, presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli studi di Messina corso di laurea in Operatore dei Beni culturali curriculum musicale-teatrale e cinematografico, con il massimo dei voti e la lode, con una tesi in Letteratura teatrale italiana dal titolo: Il Teatro di narrazione.
Nel 2006 scrive il suo primo testo “Zagara” , nato dalle ricerche sul teatro di narrazione
Il 13 o

ZAGARA

January 22

III PERLA: IN-DOSSARE

Non riesco a far uscire questa cosa

Mi è talmente dentro

Che oramai è me

Mi piace indossare le maglie degli uomini sudati

Dal rovescio

mio fratello sfilava la maglia

ed io la indossavo al contrario

Così è la stessa cosa per te

Ti ho addosso

Al contrario

Il dentro è fuori

Nella luce dei miei occhi

In quel tatuaggio immaginario che non ho il coraggio di fare

Ma che irrita la mia pelle

Nel mio seno a volte grande

A volte piccolo perché schiacciato dalla prigione del tuo cuore

Nel mio ombellico che racchiude la tua lunghezza

Nel mio sguardo che contempla la tua assenza

E se guardo le linee della maglia sudata

Vedo che confluisco nelle mie lacrime

Le quali bagnano il rovescio della tua presenza

Non è tua la maglietta!

Che importa

Neanch’io sono tua

Perché resto avvinghiata all’idea del tuo odore

Come all’idea che tu non sia un’idea

E mentre ancora ti sento al rovescio

Ti sento!

E continuo a portare con me

Le carezze di una stoffa

Che non è  tua

Che fa male

Che mi fa piangere

Piangere di sudore

Eppure i nostri corpi nudi sono brutti in guerra

Ma sono bellissimi all’ennesimo straripamento del nostro desiderio

Ho ancora la maglia addosso

Aderisce alla mia pelle

Come il pensiero coincide con te

Nella possibilità quotidiana di poter abbracciare

qualunque o chiunque

ti abbia

più del sudore finto di questa maglia

che non ti appartiene

Respiro e so di te

Urlo e ho rabbia di te

Sorrido e sono la tua bellezza

Piango e sento che le mie lacrime hanno l’affluenza del tuo calore

Mi muovo e sono in moto con te

Sto in silenzio e sento che tu parli ma non hai voce

Non ce la faccio a decifrare il tuo silenzio

Oramai troppo annacquato

dalla mie stesse lacrime

dalle mie troppo parole

dalla speranza di essere

almeno una volta

io dentro te

io maglia al rovescio del tuo cuore

contrario alla tua volontà di esserci.

Sfilo la maglia

Resto nuda

Mentre guardo te

Che sei dentro

dentro l’ultimo strato di nudità concessa

Ho freddo

Ma il mio cuore continua ancora a battere

E fa fatica

Perché ora sento che batte per me e per te

Non per noi

Ora per me

Ora per te

Ora

Per

Me

Ora

Per

Te

E

A

N

C

O

R

A

P

E

R

T

E

 

 

November 24

II PERLA: ESSERE O ESSERCI?

Noi siamo le nostre azioni

noi siamo le nostre parole

noi siamo il nostro sguardo

e il ciglio maligno

siamo ciò che diciamo

e siamo ciò che gli altri dicono di noi

noi siamo il nostro esserci

e siamo il nostro buio di spade

noi siamo il nostro pensiero

noi siamo l’espressione di quel pensiero

noi siamo ciò che siamo

il colore di una foglia

non è il perpetuo cambiamento ma è la foglia stessa

noi siamo la menzogna ma siamo anche l’arte della stessa menzogna

semplicemente siamo come colore di foglia

che è foglia ma è anche colore

semplicemente siamo l’occhio che vede

e lo sguardo che ferisce

semplicemente siamo la lama ma anche il sangue nell’impugnatura

semplicemente siamo la povertà della nostra anima

quando l’anima è assente

semplicemente siamo ciò che siamo stati

ciò che siamo

e ciò che saremo

quando decideremo

se l'anima ha colore

o se si colora solo per riflesso.

Noi siamo e possiamo decidere di essere

L’anima o il colore

La spada o l’impugnatura

Noi stessi o altri

Noi o riflessi di altri

Semplicemente noi siamo

Quindi non possiamo essere.

 

 

November 17

I PERLA

Se fossimo belli la metà della bellezza dei nostri sogni

Non sprecheremmo tempo a sognare

Se fossimo liberi per la metà della lunghezza delle ali di una rondine

Non smetteremmo mai di volare

Se fossimo ciechi

Non saremmo accecati dalla vista

Piove, Aguilar

E fa freddo

Sento che Cassius ha tolto la sua maglia

E tu dal retro della tua bottega

Dici queste parole

Portando con te il gelo di questa notte piena di luce

Come ti dicevo fa freddo

E tu non sai di nessuna lana che scalda

E non sai neanche del calore della tua carne

E mentre noi ti guardiamo sorridere

Dei tuoi trent’ anni e delle tue parole

Restiamo congelati

Non dal freddo

Ma dal ghiaccio che avvolge

Ogni tua possibile fuga di sentimento

Cassius legge

La IV scena del I atto di Romeo e Giulietta

E mentre scrive

Io continuo a guardare come le tue parole scemano e vengono avvolte dal sentimento

Te lo giuro

Solo per un attimo

Uno solo

Ho sentito che anche il gelo avvolgeva te

Ho sentito che anche tu

Ora

Eri avvolto dal gelo

Ti ho sentito umano

Ma poi continui

Se fossimo serpenti

Non avremmo paura di strisciare come le nostre parole

Se fossimo stelle

Non avremmo paura delle punte più alte dei nostri sogni

E poi taci e ridi ancora

Di un riso che fa paura

Io scrivo

E vedo lei

Troppo piccola

Al mignolino porta un grande anello

Che stenta a stare al suo posto

E così lei tiene il dito un po’ più inclinato

Affinché non scivoli via

È troppo piccola

Ma deve farlo

Deve saper annodare al collo di suo padre e suo fratello una cravatta di colore nero

E deve già portare al collo le perle bianche di sua madre

Non è triste però

Almeno non come te

Pieno di parole

Ma sfiancato dal loro stesso silenzio

Lei è muta

Non parla

Sa quello che deve fare

E lo fa

Una piccola perla come ogni piccola lacrima

Si intarsiano all’interno della sua storia e la incorniciano

Eppure è la fine

L’ultima perla

Il filo si esaurisce

E il corollario deve ricomporsi

Ora

Non domani

Non domani non ci saranno le stesse lacrime

Tu mi guardi e continui

A non vedere

Né me né lei

E poi continui a parlare

ora con voce ancora più stridula

se fossimo santi

non uscirebbe sangue dalle nostre vene ma acqua

se fossimo schiavi

avremmo bisogno di quelle catene

se fossimo parole…….

E poi la voce si blocca

Hai di nuovo freddo

Lo sento

Io lo sento che ci sei

E mi guardi

E vuoi che io riempia il vuoto delle tue parole

Ma non posso

Cassius sta leggendo

E non è corretto interromperlo

Certo con te riesce a convivere

Con te e con le tue parole

Ma io sono come bambola

Non posso essere un’altra vostra voce

Non posso

Ma tu mi guardi

E speri che io

Ora

Subito

Dica qualcosa

Ma io non posso

Cassius ne morirebbe

Allora non so che fare

Spero che tu riesca a trovare le parole

Io so che tu puoi

Non sarei rimasta per così tanto tempo

Se non avessi saputo che il tuo silenzio è l’unico scalpello per il tuo cuore prosciugato

E poi

Forse un vento

Forse la magia

Forse la paura nei tuoi occhi

O la paura di fare male all’altro te stesso

Ma la mia collanina di perle

Si rompe

E quell’attimo sembra infinito

Una ad una

Scivolano

Come le lacrime di Cassius

Il quale interrompe la preghiera

Scorrono

Mentre tutto si ferma

Tu ti fermi

Lui si ferma

Io mi fermo

E loro continuano a percorrere la via verso l’inesattezza

Una

Poi due

Poi tutte

E noi che siamo lì

Siamo talmente spaventati

Da questa neve di perle

Che non abbiamo parola

E veniamo rapiti dal suono dei nostri sogni

Una melodia infinita

Che ci culla

E ci scalda

Poi è Cassius ad annodare di nuovo il filo al mio collo

Solo il filo però

Neanche una perla è rimasta su quella circonferenza

Divenuta per un attimo strada in pendio

Ed ora è come se io sentissi ancora più peso

Come se quel filo avesse acquisito ancora più peso

Poi non sento Cassius leggere

Lo guardo

Lui guarda te

Allora anch’io decido di guardarti

Tutte quelle perle

Avevano formato un sottile sentiero

Che arrivava ai tuoi piedi

Solo una però era finita sulla tua mano che penzolava

Ancora per la declamazione di parole

Quella perla ti aveva paralizzato

Un peso sulle tue mani

Pronte a tessere storie che non conoscevi

ma che erano di tua carne

poi guardi la perla

e lei ti guarda

e continui

se fossimo parole

il sentimento non avrebbe peso di una sola perla

se fossimo perle

non  esisterebbe lunghezza di filo dove appendere i nostri sogni

e ora Cassius non parla più

e tu continui a parlare

a non spostare neanche un millimetro dei miei sogni

immobile davanti al peso del mio filo

come alla fragilità delle mie perle

se fossimo filo

non vorremmo mai smettere di volare in un cielo fatto di terra

se Romeo e Giulietta non avessero detto quelle cinque parole

il filo avrebbe retto la materia dei loro sogni

se la fanciulla non fosse diventata donna

al tempo della fanciullezza

non avrebbe avuto dono di perla

se l’anello non fosse contenuto da carne

il punto in alto sarebbe un Dio in cielo

se la cravatta non fosse tessuto

non avrebbe mai sentito il peso della carne martoriata dal dolore

se tu non mi avessi amato

non avresti portato al collo la bellezza di un filo senza perle
 
 
September 15

X LETTURA: foto-GRAFIA

X LETTURA: foto-GRAFIA

 

Allora sono qui che sfoglio la rubrica del mio telefono

E non ti trovo

Cerco

E non ti trovo

Poi sfoglio la cartella messaggi

E li vedo tracce

Ma non apro

Non ho voglia di parole

Allora sono qui che penso come ora potrei averti di nuovo

E non trovo niente

Forse sto pensando

E mentre cerco di non pensare

Ti trovo

In una

Due

Tre

Foto

Eppure sei sempre rimasto là

Ma io

o forse il mio occhio

non possedeva tanta vista per riuscire a vederti

Sulle foto

In basso

a sinistr

a ci sono numeri

Date

Scandiscono il tempo dei miei ricordi

Apro il calendario

E scopro che oggi non è settembre

Ma è un altro settembre

È ciò è vero quanto è vera la tua presenza continua

Eppure io non ti trovavo

Eppure io non ti avevo mai cercato

Eppure di nuovo perdita fu

Mi stupisco quando le parole che scrivo

Riescono  con mia precisa volontà a non esistere più

Ho cancellato molte volte ciò che qui ora è nuova parola

Ma non ho cancellato te

Eppure non associo nessun nome

Niente

Sei tu

Sei la serie di numeri che ho in me

E sei la parola cancellata

Cestinata

Vorrei imparare a cliccare e basta

Ma a volte non serve pigiare

Neanche forte

Fortissimo

Non serve

Più vuoi eliminare

Spaccare la pietra

Più il dolore ti restituisce l’immagine della pietra stessa

Ti cerco ancora e ti trovo

O forse cerco lì dove so di poterti trovare

Dovrei smettere di tornare indietro ma le mie dita bramano di scoperta

Ancora continuo

Poi mi fermo

Ti sto guardando

Sto guardando un’immagine

Un piccolo fotogramma di esistenza

Ora chiudo

Ma ancora riesco a vedere

Potrei descrivere ogni linea di quell’ immagine

Anzi potrei montare una sequenza e farne un film

Ecco.

Ora capisco.

Devo invece guardare per non vedere

Allora guardo

E penso a tutti gli attimi successivi dell’immagine

 Che io non potrò mai vedere

Anzi che  io non mai visto

Allora tutto diventa veramente un fotogramma

Parcellizzare l’idea della conoscenza

Conoscere la mancanza

È questo che devo fare

Affianco le immagini

La mia e la tua

Ma vedo uno spazio

Non posso avvicinarle ancora

Non mi è permesso

Ci sono limiti che ci impediscono di avere uno spazio comune

Io ci provo

Poi mi concentro sullo spazio

Ora guardo e non vedo niente

Tu mi sembri niente

Io mi sembro io

Allora capisco che nel riconoscere un sentimento

Non sono stata attenta alle giunture

No, ho peccato di presunzione

Pensavo che tutto si potesse incastrare

Non tutto

Continuo ad ingrandire per esplorare il tuo spazio

E non lo riconosco

Clicco sulla mia immagine e riconosco tutto.

Eppure ci toccavamo un tempo

Eppure c’era un vento impercettibile che ci sfiorava

Ora non più

Posso solo sperare che il mio smalto si asciughi

E cliccare

un tuo ciglio

Una tua ruga

Un tuo dente cariato

Una tua fossetta

Un tuo neo tecnologico

Penso che è triste

Molto triste

Allora chiudo tutto

Ma cazzo non sei andato via

E il tuo neo è ancora là

A ricordarmi che io ricordo

Riapro

E  vedo che mi stai fissando

Perché non parli?

Neanch’io parlo

ma non siamo qui per questo

Poi sviando il tuo sguardo

Mi rendo conto che mi sono mossa

Allora capisco

Di essere stata come te

Immobile davanti all’idea di te

Ferma a guardare

Ecco perché non sapevo nuotare in quello spazio

Ecco perchè vedevo lo spazio

Ridimensiono il tutto

E provo a capire cosa fare di quello spazio

Questo l’ho imparato da te

Ne sono certa!

Eppure tu non mi hai mai detto cosa fare

Forse avevi già capito

Forse io dovevo capire

Ma ora non importa

Non importa spostare la pietra

Posso accarezzarla e sentire lo stesso dolore del pugno

È uguale

Mentre leggo le tue pietre

Piango

E continuo a vederti in quei pugni che colpiscono anche me

Mi colpiscono perché ciò che provo si fa carico del tuo dolore

È giusto così: non è la pietra ma è il sangue della mano a spaventare chi darà soccorso

La pietra può essere anche ciottolo

Ma se viene rivestita di rabbia…

È innocente la pietra

Io invece mi sento colpevole

Perché ancora ti cerco

E mi stupisce come la vita mi aiuti a trovarti

È veramente un miracolo

È una stigmate

Non è un sentimento

Perché non si sa se credere o no

Ma non importa

La ferita e il sangue sono lì a ricordare che qualcosa esiste

Non importa cosa

Ora però chiudo davvero

Mi bruciano gli occhi

Per questo lacrimano

Troppa luce

Troppa

Spengo

E sfregando i miei occhi con un fazzoletto

Sento il dovere di non buttarlo via

Mi sembra un’immagine chiarificatrice di un’assenza di lacrime

Lo riposo nella mia tasca

E poi sfoglio la rubrica

Ora ti trovo

Trovo i numeri

Non erano trascritti

Perché erano scolpiti su pietra

Per fortuna ho il mio fazzoletto

mi costringe a pensare alla mia vista

mi costringe ad avere compassione per il suo candore usurpato dalla mia sporcizia mi da la forza per soffiare il mio naso

E far uscire il superfluo

Per poi iniziare ad ascoltare il mio respiro.

CHIUDI.

 

 

July 12

IX COMANDAMNETO: VERSUS VS VERSUS

Aspettare venia

E guardare il tempo

Come unica possibile cassa di risonanza dei sogni

Perché aspettare?

Allora io sono qua a guardare il tempo

A pregare per ogni tentativo di vibrazione della mia anima

Perché credo che esista un tempo interno che plasma il moto imprevisto delle cose

Ma siamo noi che aspettiamo o è il tempo a prendersi gioco di noi?

Incontri non previsti

Inaspettati

S’insinuano in un tempo sconvolgendo il suo progressivo moto

Perché cambiare?

Allora io sono qua e continuo a cambiare

E ogni volta qualcuno si prende il mio tempo

Ne stabilisce il ritmo

Ma soprattutto la durata

Perché il tempo ha anch’esso paradossalmente un tempo di vita

Agganciata la levetta

La musica farà girare la ballerina

Sempre lo stesso moto

Sempre lo stesso ritmo

Sempre la stessa melodia

Sempre la stessa piroette finale

Fine del ballo

Posa di chiusura

Sorriso e lacrima bagnante

Io osservo la posa composta dell’irripetibilità

E il suo impietrito coraggio di aspettare

Sempre lo stesso moto

Sempre lo stesso ritmo

Sempre la stessa melodia

Sempre quell’ ultima piroette

Che pietrifica il moto del sentimento

Chissà se lei vorrebbe continuare a ballare?

Allora perché agganciare solo una volta quel meccanismo

Forse perché basta agganciarlo

Non è necessario aspettare il tempo della fine

La fine non è tale se continua a persistere nel ricordo

Non è un dispositivo meccanico

È carne pietrificata dal tempo del dolore

È la musica non composta da note

Ma da piccoli moti appartenenti all’anima

Si può fottere il silenzio dopo la musica

È facile

Basta non smettere di ballare

Tu fotti me

Io fotto il silenzio

Continuo a ballare

Come parole in fila sviano margine di foglio

Come ballerina sa di essere nell’unico spazio possibile a lei concesso

In un tempo che lei fotte e che calpesta col moto silenzioso ed elegante

Di chi anche in moto fermo

Continua a muoversi

Perché il sentimento non si nutre di tempo ma vive dello spazio dilatato dei sogni

Che tempo possiede un sogno?

L’indeterminabile infinito

Allora io so qua

Appena apro gli occhi non mi chiedo quanto tempo sia passato da quando questi  avevano iniziato a ballare

Ma sono anche un po’ preoccupata perché continuano a muoversi

A nutrirsi di uno spazio

E del dilungarsi nel tempo della realtà in cui i sogni

Non hanno ancora finito il loro tempo

C’è silenzio ma i miei occhi continuano a ballare

A possedere la stessa apertura dei sogni

A guardare ciò di cui si sono sfamati

Come se l’incontro fosse solo il tempo stabilito del prevedibile tempo della attesa

Come se il ricordo fosse riagganciare un meccanismo nel tempo infinito dello spazio dell’assenza

come se l’assenza fosse l’ennesima conferma

di presenza

di ballo

di piroette

di interminabile silenzio fatto di musica.

Allora lascio aperto il mio carion

Senza agganciare

Senza sperare di sentire ciò che già sento

So che quella posa immobile e silenziosa mi farà capire meglio il ritmo della vita

So che non ci sarà tempo ad ostacolare ballo

So che avrò voglia di ballare nell’immobilità della sua persistenza

So che si può restare fermi ma volare allo stesso tempo

Continuo a stare in silenzio

Scavando il terreno con lo spazio dilatato dei sogni

E plasmando l’aria con il tempo dell’assenza.

Ascolta il mio tempo

È lì che troverai il mio moto

È lì che mi vedrai ballare

Ed è ancora lì che il tempo diventerà incontro

Lì avrò preso tempo

Fiato

Spazio

tempo tra le parole cariche di silenzio

Per poi agganciare il meccanismo

Iniziare a ballare

Respirare in ritmo

Slanciare il mio corpo per quell’ultima piroette

Fermarmi

mimare come solo l’immobilità sa fare

Queste uniche parole volute dal tempo:

Fottiti!

May 26

VIII COMANDAMENTO: manere

Esiste una simmetria di giustificazione

Per lo sputo e la lacrima

Sono liquidi di una stessa tensione emotiva

Eppure sono entrambi necessari

Io non credo nel respiro pieno del silenzio

Credo nel respiro prima dello sputo

Si, ci credo

E non credo nel silenzio-canale della lacrima

No, non ci credo

Io non posso salvare il mondo

Ma neanche esso può salvare me

Allora sono lì

Ti guardo

E ora si, c’è silenzio

Nessun respiro

Nessuna parola

Vorrei solo che tu sapessi che la mia mano non ha paura

Né di respiri né di silenzi

Ha bisogno però della tua lacrima come del tuo sputo

Hanno, lo sputo e la lacrima

La stessa necessità di avere spazio

Strutture strutturanti un’emozione

Io apro la mano

E non so cosa riceverò

Non mi interessa

Apro la mano

E poi non guardo ma vedo

Ed ho bisogno di rinchiudere

Per te

Per me

Per noi

Il respiro

Il silenzio

Lo sputo e la lacrima

Escono, si posano

Si disperdono

Si amalgamo nella stessa tessitura dell’anima che li ha generati

Rientrano

Per poi riuscire

Io sono qui

Tu puoi sputare o spingere lacrima

Io posso solo raccogliere e bagnarmi dell’unica pioggia

Che tu sai essere l’unica cosa che io potrei

Saprei

Vorrei

fare

La pioggia come coniugazione di sputo e lacrima

Il manifestarsi improvviso di una manifestazione improvvisa

È ciò che non era prima

È ciò che c’è stato

E che dopo esserci stato non dev’esserci

Come la mia mano aperta

Resta aperta

Si richiude

Ma poi si riapre

Il respiro è il canale

Il silenzio è l’argine all’inondazione

La mia mano l’unico riparo che posso offrire

Io non so se pioverà

Non lo so

Tanto la mano sa cosa fare

Anche senza pensiero

Con il silenzio

In un piccolo istante di respiro

Che si ripeterà in infiniti silenzi

Piango

Non piove

Il mio respiro è più forte

Il mio silenzio è sacro

La mia mano è inorridita dalla sua stessa violenza e sottomissione

Io piango

Eppure non piove

Tu guardi

Eppure non vedi

Sputo

Piango

Per me

Perché l’egoismo della rappresentazione è il baricentro stesso della costruzione.

Perché non si ha bisogno di schiaffeggiare per fare male

Perché un fiume è tale anche senza dichiarati argini

Perché il bonsai è una pianta ma è anche una filosofia

Perché io so già tenere la mia mano e raccogliere

Ora lacrime

Ora sputo

Ora pioggia

Pianto, ora.

Respiro, poi

Silenzio, infine.

April 28

VII COMANDAMENTO: amare

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

sapessi io.

April 21

VI COMANDAMENTO: chi-UDERE

 

Io di te, tu di me

Restassi privo.

Stretto il cunicolo

Calma la mano che ti fa volare

Ti ho spinto giù

Abbiamo volato

Hai visto, gioia mia, ci siamo riusciti.

Ciò che non è stato in terra

Si è avverato in cielo

Eppure non un bacio.

Io sono stanca di te

Di me

Degli altri

Delle speranze

Sono stanca

Di lottare.

Sto cadendo

Non mi regge il furore

Sì, è il furore a non reggere me

Non il contrario

Pensavo fosse amore

Credevo potesse servire a qualcosa

la tua libertà è inafferrabile

anche per te stesso

tu hai bisogno di te

io ho bisogno di noi

ricordi quando eravamo noi

non ci sono più quei due essere nudi

nessuna nudità

solo vergogna

ci siamo scoperti nudi

ed abbiamo avuto paura

di perderci

eppure bastava così poco

solo guardarsi

noi non siamo nati per guardare ma per vedere

ti spingo

gioia mia

anche le donne spingono

e abbandonate, abbandono.

Vorrei sapere come è stata la carezza di cielo

Ma ho troppa paura

Di riafferrarti

Di non avere il coraggio di farti volare

Stavolta non servono fischi

Neanche salti

Ti aiuto io, gioia mia

Ti aiuto a volare

Poi volo anch’io

Sopra di te

Arriverò dopo

Ma sarò su di te

Sulla stessa terra

Avrò un tuo abbraccio

E un bacio

Volo con la bocca aperta

Così da strappare bacio

Ci troveranno insieme

Abbracciati

L’uno sull’altro

E non oseranno dividerci

Nessuno capirà che prima di essere terra

Siamo stati cielo

Prima di volare

Ho scritto su quel muro

Ho scritto di noi

Così che la pietra possa tenere il peso del nostro dolore

Le parole serviranno a scolpire il nostro passaggio

Stai volando, gioia mia

Sembri una foglia

Tutto piatto, tutto libero come l’aria

è per questo che ti amo

libero

e mentre scendi sembra che le tue braccia vogliano comprendere tutto

è anche per questo che ti amo

perché sai aprire braccia

ed essere di tutti

io però non mi sento in quell’abbraccio

non mi vedo

tu mi dai le spalle

ho deciso di non cadere

troppo è durato questo volo, gioia mia

troppo tempo per conoscere le tue spalle

le ho protette con lo sguardo

ora voglio il mio bacio

voglio il tuo volo dispiegato

non cado

resto.

Chiudi le braccia, gioia mia.

Sei arrivato.

Io non volo.

Io non salto.

Canto.

April 09

V COMANDAMENTO: STANZIARE

Io, da fuori, arrivo qui a Bologna per vedere il teatro. Non so cosa sia questa soffitta. Perlustrerò tutti i territori per trovarla. Porte e finestre in questi spazi, sono terreni recuperati all’aridità, composti e scomposti, residui a volte. Hanno muri che dividono ambienti con drappi e tende di colore differenti; hanno pareti di cartone e di mattone; spigolature in legno truciolo da evitare. La luce delle finestre si alterna alla sorprendente luminosità di buchi non geometrici che mi regalano una luce naturale; ristretti cunicoli mi costringono a camminare lentamente, a limitare il mio movimento di passi. Io che sono arrivata qui per vedere il teatro devo prima trovarlo. Credo che i miei piedi non temeranno questo vicolo. Io e i miei piedi al servizio di uno spazio sconosciuto. Lo osservo come un appassionato dell’arte di Pablo Picasso coglierebbe tutti i particolari  di un suo quadro che ha conosciuto solo su libro. Respiro la materiale immagine, distinguo i colori che dal vivo sono tali ma profumano anche. Ne osservo la posizione all’interno di questa grande sala. Un corridoio lungo e illuminato si dirama poi in più vicoli. Devo scegliere. Quale sarà la strada che avrà la durata minore? Rifletto come chi dopo l’applauso sa di dover riflettere. Ma è il mio corpo a riflettere non la mia facoltà umana di percepire il tempo. Sono stata seduta molto tempo prima di avventurarmi in questa labirintica ricerca. Seduta ad ascoltare. E ho percepito ed assimilato un ritmo che a volte si dilata o si restringe a seconda degli stimoli percepiti dal mio corpo. Seduta a guardare quadri interminabili nella loro presentazione colorata ma sgrammaticalmente disordinata. Mondi rappresentati nell’ottica di una rappresentabilità ormai desueta. La durata del mio percorso non ha ancora avuto inizio o meglio non ha risposta. È tale perché è una domanda. La durata di uno spettacolo teatrale non ha risposta temporale ma significato. Circoscrivere tale significanza è una risposta. Ho visto spettacoli durati il tempo di uno sbatter d’ali di farfalle poggiarsi e aggredire il mio corpo con un ritmo che non conoscevo; spettacoli che invece mi hanno fatto paura perché urlavano ad una farfalla. Animali spaventati da un’aggressione verbale, oche ipocrite (e per questo attrici) che concedevano la bellezza del loro sbatter d’ali. Terra e territorio divenuti sinonimi in una letteratura utilizzata come colorato terriccio. Lamenti di una donna che cercava di allontanare l’idea della morte e bombardava con parole di morti, dei morti. Uomini assenti e bestie presenti, in un unico e comune territorio. Erano in una stanza, al di là del secondo o terzo corridoio, non ricordo. Il pavimento di quella stanza era terra, dovetti chiedere a i miei piedi di continuare scalzi ma non orfani. Durante il cammino i momenti di oscurità e luce crearono alterne temperature al mio corpo, dovetti denudarmi. Non di abiti. Incappai in un corridoio lunghissimo che nella sua lunghezza era trafitto da buchi dai quali scaturiva una luce incandescente tenue e forgiante. Camminavo ma non sola. Le ombre mi accompagnavano. Riuscivano con mia grande curiosità a rigenerarsi, a mutare, a compattarsi tra loro e a sdoppiarsi. Non incontrai mai più la prima ombra. La cercai nelle altre. Credo che questo vicolo sia quello giusto. Mi limitai a vedere cosa c’era in questo vortice. Dovetti abbassarmi, il soffitto era calante o forse era il terreno che voleva eregersi al cielo. Imparai a dialogare con le ombre, a distinguere quelle fattezze, quegli impulsi deformi. Informi. Trovai un oggetto che mi stimolo curiosità. Era buio e l’unico modo per capire cos’era, era toccarlo. Mi rannicchiai su me stessa. Forse troppo. Lo presi tra le mie mani e dovetti usare tutti i miei sensi per classificarlo, la mia capacità percettiva. Era una maschera. Chissà se mi guardava quando imboccai quel corridoio. Era lì, la maschera, stretta tra quel triangolo formato da due pareti di colore differente. Non mi guardava la maschera. Decisi di portarla con me, trovata la mia soffitta, lei avrebbe potuto stare in uno spazio libero invece di essere confinata in uno spazio costruito. Ripresi il mio tortuoso cammino. Porte, finestre si alternavano con una velocità sanguinante per i miei piedi nudi. Attraversai un giardino. C’era molto sole. Decisi di riparare il mio sguardo con quella maschera. La indossai. Non c’era vegetazione in quel giardino ma solo una statua di marmo vedova di testa. Mi fermai a contemplare i movimenti marmorei di quella sagoma vivente. Li imitai. Danzai un po’ ma non avendo compagno, andai via. Salutai la statua e guardandola un ‘ultima volta, invidiai la sua nudità. Attraversai un piccolo fiume artificiale. Sperai che un’anguilla solleticasse i miei stanchi piedi. Poi mi ritrovai davanti ad una parete. Cercai un’altra via. Cercai una soluzione. Cercai una risposta. Trovai sempre davanti ai miei dolorosi occhi, una parete. Capì. Dovevo eliminare il distacco tra me e la parete. Trovare significato nelle nostre due espressioni. Accettare la sua forma di parete ma trovare il modo di scavalcare quella stessa forma. Non so quanto tempo sono stata lì. Sudore, misto a lacrime, grondava dal mio viso. Non so quante testate diedi a quella forma di parete, non so quanto lei soffrisse. Poi dopo essere entrambe stremate, diventò unico podio di conforto quella parete. Unica madre. Mi posai a lei come la neve scivola sulla tegola. E fu allora che lei cadde. Per  me. Cadde nel momento in cui io caddi. Entrambe morte. Continuai a camminare per vie sconosciute che poi cominciarono, dopo un iniziatico cammino, a diventare familiari. Una strettoia mi costrinse a gattonare, ma le mie mani diventarono piedi. Indossavano le mie scarpe. Non so quanto tempo e quanta strada richiedesse quel tempo e altro tempo ma credo di aver sentito un rumore dentro. Mi lasciai andare a quel rumore. È passato tempo ma io non ho sentito nessun passaggio diventare lontano ricordo. Qualche volta torno indietro. Oltrepasso di nuovo quel giardino. Costringo i miei piedi orfani a cercare tutela. Danzo insieme a quella statua. E sono già dentro...

March 25

IV COMANDAMENTO: PIETRIFICARE L'AMORE

 
quando smetterai di cercarmi?
Lo sai che io ti vedo?
lo sai che io ti sento?
lo sai che ti amo. punto
rispetta il mio silenzio, ora.
rispettalo.
è l'unico ricordo che ho di te
ed è  l'unica cosa che crudelmente ho dovuto imparare.
il silenzio.
sai che ti aspetterò
come io so che mi cercherai
ma io non mi farò più trovare.
ho deciso di amarti
perchè sei libero e perchè so che devi essere di tutti ma non mio.
quando smetterai di cercarmi?
io ho smesso di sognare ma non ho smesso di sognarti
Ezechiele predicava di trasformare i cuori di pietra in cuori di carne
io ho fallito, Ezechiele
pietra sei e pietra rimarrai
eppure ti ho levigato
ti ho difeso dal vento
ho difeso te, trasformando me in pietra
e ora lo sono diventata
pensavo che le mie lacrime servissero a scavare la tua roccia
ed invece hanno scavato così tanto il mio amore
da cementarlo
quando smetterai di cercarmi?
possiamo nasconderci
noi pietre
pietrificate dall'amore?
 
February 05

III COMANDAMENTO: INFANGARE

Penso di riuscire a trovare me stessa in ognuna delle sfide che quotidianamente mi si presentano.

Sono felice ma ho ancora l’amarezza per la nostra sconfitta

Perché forse non lo sai

Ma entrambi siamo sconfitti

Perché non siamo riusciti ad amarci nel teatro

Ma soprattutto nella vita

Semplicemente

Non ci siamo riusciti.

Ora devo andare

Riprendo la pala

E continuo a scavare

Sperando di riuscire a trovare  per te uno spazio

Eppure era  tuo!

Ora invece solo terra bruciata

Poi ci metto dei fiori

Delle zagare

Tutte intorno

 quasi da formare il disegno della vita che avrei voluto con te.

Ma è solo un disegno

Poi inumidisco la terra con olio di basilico

Mio nonno mi ha insegnato a fare l’olio di basilico

Ed io lo metto dappertutto

Poi prendo la  pala e con questa infilzo la terra

Così che il sole possa filtrare dentro di te

Perché tu non hai sole dentro

Per questo ti seppellisco

Cosa ci fa il buio in pieno giorno?

Non è possibile.

Stai tranquillo

Ho pensato anche alla musica

Il mio silenzio canterà e ti stordirà

Lascio però  il mio pupazzo merlo sull’albero

Accanto la pala

Lui non canta ma sa parlare

È da lui che ho imparato a parlare

Io invece gli ho insegnato a volare

Magari ogni tanto ritorno

Ma fammi trovare tutto come adesso

Non inaridire la terra

Non far volare via il merlo

E non soffiare sull’olio

È olio, non è foglia

Non coprirti gli occhi

Perché il sole fa male a chi cieco è anche nell’apertura

Sconfitti

Soli

E sconfitti

Come il merlo senza canto

Come l’olio di basilico senza foglia

Come la pala che non è altro il fiume delle mie lacrime

Che cadono su di me e scavano

Scavano fino ad eliminare tutto

Tutto di questo niente.

Ancora una volta nella scrittura

Ho infangato le mie mani di te.

 

 

 

 

 

 

January 19

II COMANDAMENTO:egoISMO

Oggi non mi sono concessa tempo per pensare.

Non l’ho fatto.

Un po’ me ne vergogno

Poi l’egoismo.

Sì, l’egoismo.

Perché esso è necessario

Come il bacio.

Cosa ci distingue dagli altri?

Ci ho pensato, in verità.

Ed è un’immagine ciò che ho visto.

Io seduta su una sedia

Un bimbo che mi salta addosso

E mi bacia

Poi scappa.

Tutti restano paralizzati e urlano

“è scappato…è andato via”

Io resto ferma.

Non parlo

Li osservo

Ancora sulla guancia il calore di quel bacio

Forse se faccio in tempo posso anche fermarlo, il bacio.

Ferma

Come se qualcosa mi avesse tenuta stretta per un tempo infinito

E poi avesse lasciato la presa

Come le pieghe dei pantaloni che poi tanto  lavati,

tornano.

Ma le pieghe sono fastidiose perché sono pieghe.

Possiedo l’eleganza della strafottenza e dell’immortale presenza

Tanto tornano, le pieghe

Puoi anche eliminarle ma loro esistono sempre

Durano un tempo infinito e non esistono solo nell’attimo della postura.

Credo che le pieghe siano il meccanismo esistenziale

Più calcolabile che esista.

Ma lo sguardo veicola il movimento e discerne la presenza delle cose

O meglio ne stabilisce il significato

Lo sguardo che vede la fuga, forse è quello stesso sguardo che non ha mai deciso di rimanere

Si tenta di inseguire l’oggetto che scivola

Ma inseguendolo ci si perde l’attimo della perdita.

Mica si capisce la perdita, inseguendo.

Si insegue e basta.

Se ci si fermasse nell’attimo della mancanza?

Ma non si fermano continuano ad urlare

“è scappato…è scappato.”

Non incontro il loro sguardo perché loro non mi guardano

Non guardano il nostro bacio

Non l’hanno neanche visto

Vedono la mancanza

La fuga

La linea traiettoria che si è creata tra l’ultimo punto visibile ad occhio nudo

Nel quale si distingue la sagoma

E…ora mi guardano

Continuano a urlare

“fermalo…è scappato”

Ed io lo fermo.

Alzo la mano e la poggio sulla mia guancia sinistra

Poi accarezzo il bacio e mi riconcilio con la mancanza degli altri

Chissà quanto era lunga quella linea traiettoria?

Chissà se era colmabile?

Chissà se scappando si può comunque restare aggrappati ad un pezzo di pelle?

Chissà se invece di urlare si fossero tutti baciati e poi come un lampo messi tutti in fuga?

Chissà se ho sognato il bambino o il bambino stava sognando di correre?

Semplicemente correre per nascondere una scoperta.

Chissà se la mia mano ricorderà il calore di quel bacio?

Chissà se io smetterò di parlare d’amore?

Chissà se l’amore smetterà di fottermi ogni volta che cerco nel vocabolario della vita, la parola egoismo?

Basta poco per appartenersi ma basta anche poco per creare distanze.

Uno vede la fuga,

l’altro vede il bacio.

Uno soffre per il bacio,

l’altro è magari stanco di correre.

A chi dare ragione?

Come decidere se la verità è nel bacio o nella fuga.

Nell’attesa di una possibile conquista di libertà

O nella custodia di un pezzo di pelle

che se pur vecchia, di pelle baciata si tratta.

La verità dell’assenza è però dimostrabile nella sua molteplice natura di performance.

Un bambino mi salta addosso

È un bambino!

Non può saltarti addosso!

Mi bacia

Non può baciarti è un bambino!

Non conosce bacio!

Scappa.

Non può scappare è un bambino!

Ed io posso rimanere ferma, pensando di avere dato?

È  un bambino và seguito!

Fermalo!

È la prospettiva dell’occhio a decidere

lacrima o ruga di sorriso

La sua colorata visione nel  momento in cui la mancanza

Si riempie di significati.

Io prendo il bacio, non vedo la fuga e non ascolto le urla

Poi mi alzo e resto ferma.

Perché è giusto scappare ma è anche giusto fermarsi

E decidere se accettare il bacio o la fuga.

Se comprendere o no il bambino

O se egoisticamente approfittare di una stupida fuga per aggiudicarsi un bacio.

Poi rompere il silenzio e stupire chi urla

Sussurrando.

“Grazie, potete sedervi.

Ha solo paura”.

 

 

 

 

 

January 16

I COMANDAMENTO: ScriVERE

Ho pensato a quanto fa male il silenzio

Ho pensato a quanto io sia altra rispetto alla mia scrittura

A come essa codifichi un corpo altro fatto di carne

Per l’ennesima volta ho colmato il silenzio,

Pensandoti.

Non è giusto.

Fa troppo male il silenzio.

Ti vedo ma sei zitto

E ti riconosco

Perché non è esistita parola per me

Leggo ciò che scrivi ad altri

E mi chiedo se questo interattivo scambio di sintagmi

Possa dare a te calore.

No, spero di no

Io non ti conosco come uomo povero

Eppure vedendoti sorridere

Mi sei sembrato così solo

Sorridente e solo

Le tue parole

Soltanto ponti alla vita

Una vita che non hai

Quanto avrei voluto scriverti

Perché io so che era ciò che ti faceva sperare

Che ti salvava

Ma non posso

Non posso più farlo

Io non posso più tenerti dentro di me

L’unica cosa che mi resta

È questo massacrante silenzio

Mi fa male

Ti chiedo perdono per averti amato così tanto

Perdonami se ho creduto di aver incontrato un uomo

Perdonami per non aver avuto il coraggio di avere fiato quando ti vedevo

Perdonami per aver avuto sospiro ad ogni tuo sguardo che però guardava le mie scarpette rosse

Perdonami se credo di aver vinto la tua anima

Perdonami se non riesco a venire da te

Perdonami se non voglio più parlare

Perdonami se voglio solo deriderti

Se voglio fare l’amore con tutti tranne che con te

Perdonami se per me sei solo un nome e un cognome

Perdonami se non credo tu sia un grande amante

Perdonami per aver pregato per te ogni sera

Perdonami per non avere neanche voglia di dirti un “ciao”

Perdonami perché io ti perdo

Anzi non ti ho mai condannato

Come posso non rispettare un silenzio

La costunziale valenza di quel silenzio

È semplice.

È come il silenzio dopo la bomba

Il petalo strappato al suo fiore

La pietà della pietra dopo lo scalpello di poeta

La rosa diventata asfalto

La preghiera dopo la bestemmia

La vendetta dopo l’amplesso

La crepa della terra dopo l’alluvione

Lo strappo dell’aquilone, non avendo avuto carezza d’ aria

Perdonami se io so di te

E perdonami se so che tu sai di me.

Avrei voluto dirti queste cose, guardandoti

Ma non ci sei

Non ci sei mai stato

Chiedo all’altro te stesso che si trova in viaggio con te

Di donarti di lui

affinché tu possa sempre vederti

Spero tu possa sempre trovare uno specchio

dove  poter, come attore, sputare su una sagoma sconosciuta ma conoscente

Ti regalo la mia scrittura

Questa, hai sempre voluto

Io mi regalo il silenzio necessario per non scrivere di te

Ma di altri che se pur sono altri

sono presenze carnali

Vado allo specchio a mettere del rossetto rosso e a ricordare a me stessa

Che sono quella ma sono anche questa

A ricordare al rossetto di stare sempre nella mia borsa

come unico “trucco” a me indispensabile

La povertà appartiene alle cose quanto alle persone

La miseria appartiene a chi ha deciso di vivere di se stesso

Ecco, le mie parole che sono le ultime briciole azzime di te

Non vedo più cosa sto pensando

E questo è piacevole

Perché vuol dire che non penso

Che non sono

Che non amo.

Grazie per avermi fatto capire quanto sia facile parlare d’amore quando non lo si prova.

Mio grande uomo sorridente e solo.

Ciao!

Ti dico ciao perché anche questa è una parola

Ritorno a scrivere perché è l’unica cosa di me che ti spaventa

E nella quale ti pozzu futtiri!!!

(finisce. Non continua)

January 14

abbiate il coraggio

Abbiate il coraggio di amare

Di confessare l’amore

Di sussurrare l’indicibile

Abbiate il coraggio di piangere

Di accarezzare una foglia morta

Abbiate il coraggio di essere madri

Di trovare il tempo per calciare un pallone

Insieme a vostro figlio

Abbiate il coraggio di guardare negli occhi chi non riesce a vedervi

Abbiate il coraggio di ridere del dolore

Di morire nelle parole di altri

Abbiate il coraggio di fermare un momento

Di fermarvi in quell’unico istante benedetto

Posso augurarvi queste

Che sono parole

Ma sono anche speranze.

Abbiate il coraggio,

Vi prego,

di andare avanti.

Spero che domani

Di un nuovo giorno

In un nuovo anno

Possiate vedere e sentire…

Un uomo che sotto la neve bacia la sua donna

Un vecchio in bici che canta teorema

Un pozzanghera senza acqua dove potervi specchiare

Un cane pisciare sulle vostre scarpe

Come unico atto d’amore possibile

Una madre stringere al petto sua figlia

Aspettando la morte

La vecchiaia nelle mani di chi scrive

Pervaso da grande dolore

Il profumo nella neve

Di basilico e zagara

Il sapore di quell’unica bocca

Che voi desiderate

Lo stupore per lo scricchiolio

Di una porta a voi sconosciuta

La passione per un corpo altro

E la carnale appartenenza

La gioia di una voce nel buio

Che forse non è Dio

Un bimba con una bambola tra le mani

E sogni in tasca di madre

Un ragno sprovvisto di ragnatele che si prepara

A tessere  territorio

Un silenzio tanto necessario da eliminare parola

E dipendere dal suo perpetuo sussurro

Una bocca pronta a baciarvi disperatamente

Un portico di una città qualsiasi

In una via qualsiasi

Pronto ad essere per voi riparo

Una mano calda e familiare che vi schiaffeggi

Al momento giusto

Qualcuno che vi baci la fronte

Quando questa è assetata di liturgica compassione

Qualcuno che vi regali una scatola vuota

E i suoi occhi pieni di voi

Un mare sempre d’inverno in cui poter scrivere sulla sabbia

Un segreto

Una rugiada d’albero finto

Da cui una coccinella è appena scappata

Una chitarra che urli  rivelazione

E vi scaldi

Qualcuno a cui possiate sussurrare di dormire

Attaccato al vostro petto

Un bonsai privo di luce e acqua

Ma con un unico bellissimo

Fiore, ancora vivo,

sbocciato sul suo ultimo ramo.

Una madre che tesse per voi una sciarpa

Del colore che voi non preferite

Un muro dove poter scrivere un sentimento

Mai confessato

Un telaio macchiato del vostro sangue

Un rossetto rosso con il quale scrivere

Su uno specchio una vendetta

Un libro privato della sua ultima pagina

Un foglio nel vostro ultimo cassetto

Ormai ingiallito

Un ricordo fugace che vi fa piangere

Una rosa dimenticata

E ormai appassita

Una pistola ad acqua che vi faccia tornare bambini

Un anello che non avete mai voluto indossare

Un preservativo mai utilizzato

Una foto sbiadita e stralciata

In mille pezzi

Un santino privato di volto

Una sedia a dondolo dove ormai fate fatica a sedervi

Una lacrima rinchiusa in un batuffolo di cotone

E non ancora evaporata.

Voi stessi,

che possiate trovare voi stessi

in ognuna di queste cose.

 

 

 

Ovunque io sia.

Cristina

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

October 27

ULTIMA LETTURA

27/10/2006

 

Devo comunque ricordare che è passato un anno

Da quando sono arrivata in questa città.

Al mio arrivo in questa nuova isola

Ho utilizzato questo spazio per scrivere

Perché non vi era altro spazio

O comunque era da perseguire

Da inseguire

Oggi

Io scrivo per il teatro

Grazie a tutti coloro che non sapevano

A coloro che sconosco ciò

A chi non vuole vedere

Starò lontana per un po’

Sono in partenza

Ritornerò

Devo lottare

E lo devo fare ora.

Non voglio più scrivere parole

Voglio essere.

Voglio che tutto sappiano che io scrivo

Per me stessa

Per la mia città

Per risolvere i miei conflitti

Per l’uomo che non mi ama

Per chi mi ama e mi ha sempre amato

Per questo fuoco che ho dentro

 

Grazie

 

ULTIMA LETTURA

FROM VITA TO TEATRO

(ovvero from teatro to vita)

 

Si può scrivere con le parole ma si può scrivere anche con il cuore.

si pensu chi di mmia po nesciri 'a vita

io mi sento responsabile di questo mondo