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ZAGARA
January 22 III PERLA: IN-DOSSARENon riesco a far uscire questa cosa Mi è talmente dentro Che oramai è me Mi piace indossare le maglie degli uomini sudati Dal rovescio mio fratello sfilava la maglia ed io la indossavo al contrario Così è la stessa cosa per te Ti ho addosso Al contrario Il dentro è fuori Nella luce dei miei occhi In quel tatuaggio immaginario che non ho il coraggio di fare Ma che irrita la mia pelle Nel mio seno a volte grande A volte piccolo perché schiacciato dalla prigione del tuo cuore Nel mio ombellico che racchiude la tua lunghezza Nel mio sguardo che contempla la tua assenza E se guardo le linee della maglia sudata Vedo che confluisco nelle mie lacrime Le quali bagnano il rovescio della tua presenza Non è tua la maglietta! Che importa Neanch’io sono tua Perché resto avvinghiata all’idea del tuo odore Come all’idea che tu non sia un’idea E mentre ancora ti sento al rovescio Ti sento! E continuo a portare con me Le carezze di una stoffa Che non è tua Che fa male Che mi fa piangere Piangere di sudore Eppure i nostri corpi nudi sono brutti in guerra Ma sono bellissimi all’ennesimo straripamento del nostro desiderio Ho ancora la maglia addosso Aderisce alla mia pelle Come il pensiero coincide con te Nella possibilità quotidiana di poter abbracciare qualunque o chiunque ti abbia più del sudore finto di questa maglia che non ti appartiene Respiro e so di te Urlo e ho rabbia di te Sorrido e sono la tua bellezza Piango e sento che le mie lacrime hanno l’affluenza del tuo calore Mi muovo e sono in moto con te Sto in silenzio e sento che tu parli ma non hai voce Non ce la faccio a decifrare il tuo silenzio Oramai troppo annacquato dalla mie stesse lacrime dalle mie troppo parole dalla speranza di essere almeno una volta io dentro te io maglia al rovescio del tuo cuore contrario alla tua volontà di esserci. Sfilo la maglia Resto nuda Mentre guardo te Che sei dentro dentro l’ultimo strato di nudità concessa Ho freddo Ma il mio cuore continua ancora a battere E fa fatica Perché ora sento che batte per me e per te Non per noi Ora per me Ora per te Ora Per Me Ora Per Te E A N C O R A P E R T E
November 24 II PERLA: ESSERE O ESSERCI?Noi siamo le nostre azioni noi siamo le nostre parole noi siamo il nostro sguardo e il ciglio maligno siamo ciò che diciamo e siamo ciò che gli altri dicono di noi noi siamo il nostro esserci e siamo il nostro buio di spade noi siamo il nostro pensiero noi siamo l’espressione di quel pensiero noi siamo ciò che siamo il colore di una foglia non è il perpetuo cambiamento ma è la foglia stessa noi siamo la menzogna ma siamo anche l’arte della stessa menzogna semplicemente siamo come colore di foglia che è foglia ma è anche colore semplicemente siamo l’occhio che vede e lo sguardo che ferisce semplicemente siamo la lama ma anche il sangue nell’impugnatura semplicemente siamo la povertà della nostra anima quando l’anima è assente semplicemente siamo ciò che siamo stati ciò che siamo e ciò che saremo quando decideremo
se l'anima ha colore o se si colora solo per riflesso. Noi siamo e possiamo decidere di essere L’anima o il colore La spada o l’impugnatura Noi stessi o altri Noi o riflessi di altri Semplicemente noi siamo Quindi non possiamo essere.
November 17 I PERLASe fossimo belli la metà della bellezza dei nostri sogni Non sprecheremmo tempo a sognare Se fossimo liberi per la metà della lunghezza delle ali di una rondine Non smetteremmo mai di volare Se fossimo ciechi Non saremmo accecati dalla vista Piove, Aguilar E fa freddo Sento che Cassius ha tolto la sua maglia E tu dal retro della tua bottega Dici queste parole Portando con te il gelo di questa notte piena di luce Come ti dicevo fa freddo E tu non sai di nessuna lana che scalda E non sai neanche del calore della tua carne E mentre noi ti guardiamo sorridere Dei tuoi trent’ anni e delle tue parole Restiamo congelati Non dal freddo Ma dal ghiaccio che avvolge Ogni tua possibile fuga di sentimento Cassius legge La IV scena del I atto di Romeo e Giulietta E mentre scrive Io continuo a guardare come le tue parole scemano e vengono avvolte dal sentimento Te lo giuro Solo per un attimo Uno solo Ho sentito che anche il gelo avvolgeva te Ho sentito che anche tu Ora Eri avvolto dal gelo Ti ho sentito umano Ma poi continui Se fossimo serpenti Non avremmo paura di strisciare come le nostre parole Se fossimo stelle Non avremmo paura delle punte più alte dei nostri sogni E poi taci e ridi ancora Di un riso che fa paura Io scrivo E vedo lei Troppo piccola Al mignolino porta un grande anello Che stenta a stare al suo posto E così lei tiene il dito un po’ più inclinato Affinché non scivoli via È troppo piccola Ma deve farlo Deve saper annodare al collo di suo padre e suo fratello una cravatta di colore nero E deve già portare al collo le perle bianche di sua madre Non è triste però Almeno non come te Pieno di parole Ma sfiancato dal loro stesso silenzio Lei è muta Non parla Sa quello che deve fare E lo fa Una piccola perla come ogni piccola lacrima Si intarsiano all’interno della sua storia e la incorniciano Eppure è la fine L’ultima perla Il filo si esaurisce E il corollario deve ricomporsi Ora Non domani Non domani non ci saranno le stesse lacrime Tu mi guardi e continui A non vedere Né me né lei E poi continui a parlare ora con voce ancora più stridula se fossimo santi non uscirebbe sangue dalle nostre vene ma acqua se fossimo schiavi avremmo bisogno di quelle catene se fossimo parole……. E poi la voce si blocca Hai di nuovo freddo Lo sento Io lo sento che ci sei E mi guardi E vuoi che io riempia il vuoto delle tue parole Ma non posso Cassius sta leggendo E non è corretto interromperlo Certo con te riesce a convivere Con te e con le tue parole Ma io sono come bambola Non posso essere un’altra vostra voce Non posso Ma tu mi guardi E speri che io Ora Subito Dica qualcosa Ma io non posso Cassius ne morirebbe Allora non so che fare Spero che tu riesca a trovare le parole Io so che tu puoi Non sarei rimasta per così tanto tempo Se non avessi saputo che il tuo silenzio è l’unico scalpello per il tuo cuore prosciugato E poi Forse un vento Forse la magia Forse la paura nei tuoi occhi O la paura di fare male all’altro te stesso Ma la mia collanina di perle Si rompe E quell’attimo sembra infinito Una ad una Scivolano Come le lacrime di Cassius Il quale interrompe la preghiera Scorrono Mentre tutto si ferma Tu ti fermi Lui si ferma Io mi fermo E loro continuano a percorrere la via verso l’inesattezza Una Poi due Poi tutte E noi che siamo lì Siamo talmente spaventati Da questa neve di perle Che non abbiamo parola E veniamo rapiti dal suono dei nostri sogni Una melodia infinita Che ci culla E ci scalda Poi è Cassius ad annodare di nuovo il filo al mio collo Solo il filo però Neanche una perla è rimasta su quella circonferenza Divenuta per un attimo strada in pendio Ed ora è come se io sentissi ancora più peso Come se quel filo avesse acquisito ancora più peso Poi non sento Cassius leggere Lo guardo Lui guarda te Allora anch’io decido di guardarti Tutte quelle perle Avevano formato un sottile sentiero Che arrivava ai tuoi piedi Solo una però era finita sulla tua mano che penzolava Ancora per la declamazione di parole Quella perla ti aveva paralizzato Un peso sulle tue mani Pronte a tessere storie che non conoscevi ma che erano di tua carne poi guardi la perla e lei ti guarda e continui se fossimo parole il sentimento non avrebbe peso di una sola perla se fossimo perle non esisterebbe lunghezza di filo dove appendere i nostri sogni e ora Cassius non parla più e tu continui a parlare a non spostare neanche un millimetro dei miei sogni immobile davanti al peso del mio filo come alla fragilità delle mie perle se fossimo filo non vorremmo mai smettere di volare in un cielo fatto di terra se Romeo e Giulietta non avessero detto quelle cinque parole il filo avrebbe retto la materia dei loro sogni se la fanciulla non fosse diventata donna al tempo della fanciullezza non avrebbe avuto dono di perla se l’anello non fosse contenuto da carne il punto in alto sarebbe un Dio in cielo se la cravatta non fosse tessuto non avrebbe mai sentito il peso della carne martoriata dal dolore se tu non mi avessi amato non avresti portato al collo la bellezza di un filo senza perle
September 15 X LETTURA: foto-GRAFIAX LETTURA: foto-GRAFIA
Allora sono qui che sfoglio la rubrica del mio telefono E non ti trovo Cerco E non ti trovo Poi sfoglio la cartella messaggi E li vedo tracce Ma non apro Non ho voglia di parole Allora sono qui che penso come ora potrei averti di nuovo E non trovo niente Forse sto pensando E mentre cerco di non pensare Ti trovo In una Due Tre Foto Eppure sei sempre rimasto là Ma io o forse il mio occhio non possedeva tanta vista per riuscire a vederti Sulle foto In basso a sinistr a ci sono numeri Date Scandiscono il tempo dei miei ricordi Apro il calendario E scopro che oggi non è settembre Ma è un altro settembre È ciò è vero quanto è vera la tua presenza continua Eppure io non ti trovavo Eppure io non ti avevo mai cercato Eppure di nuovo perdita fu Mi stupisco quando le parole che scrivo Riescono con mia precisa volontà a non esistere più Ho cancellato molte volte ciò che qui ora è nuova parola Ma non ho cancellato te Eppure non associo nessun nome Niente Sei tu Sei la serie di numeri che ho in me E sei la parola cancellata Cestinata Vorrei imparare a cliccare e basta Ma a volte non serve pigiare Neanche forte Fortissimo Non serve Più vuoi eliminare Spaccare la pietra Più il dolore ti restituisce l’immagine della pietra stessa Ti cerco ancora e ti trovo O forse cerco lì dove so di poterti trovare Dovrei smettere di tornare indietro ma le mie dita bramano di scoperta Ancora continuo Poi mi fermo Ti sto guardando Sto guardando un’immagine Un piccolo fotogramma di esistenza Ora chiudo Ma ancora riesco a vedere Potrei descrivere ogni linea di quell’ immagine Anzi potrei montare una sequenza e farne un film Ecco. Ora capisco. Devo invece guardare per non vedere Allora guardo E penso a tutti gli attimi successivi dell’immagine Che io non potrò mai vedere Anzi che io non mai visto Allora tutto diventa veramente un fotogramma Parcellizzare l’idea della conoscenza Conoscere la mancanza È questo che devo fare Affianco le immagini La mia e la tua Ma vedo uno spazio Non posso avvicinarle ancora Non mi è permesso Ci sono limiti che ci impediscono di avere uno spazio comune Io ci provo Poi mi concentro sullo spazio Ora guardo e non vedo niente Tu mi sembri niente Io mi sembro io Allora capisco che nel riconoscere un sentimento Non sono stata attenta alle giunture No, ho peccato di presunzione Pensavo che tutto si potesse incastrare Non tutto Continuo ad ingrandire per esplorare il tuo spazio E non lo riconosco Clicco sulla mia immagine e riconosco tutto. Eppure ci toccavamo un tempo Eppure c’era un vento impercettibile che ci sfiorava Ora non più Posso solo sperare che il mio smalto si asciughi E cliccare un tuo ciglio Una tua ruga Un tuo dente cariato Una tua fossetta Un tuo neo tecnologico Penso che è triste Molto triste Allora chiudo tutto Ma cazzo non sei andato via E il tuo neo è ancora là A ricordarmi che io ricordo Riapro E vedo che mi stai fissando Perché non parli? Neanch’io parlo ma non siamo qui per questo Poi sviando il tuo sguardo Mi rendo conto che mi sono mossa Allora capisco Di essere stata come te Immobile davanti all’idea di te Ferma a guardare Ecco perché non sapevo nuotare in quello spazio Ecco perchè vedevo lo spazio Ridimensiono il tutto E provo a capire cosa fare di quello spazio Questo l’ho imparato da te Ne sono certa! Eppure tu non mi hai mai detto cosa fare Forse avevi già capito Forse io dovevo capire Ma ora non importa Non importa spostare la pietra Posso accarezzarla e sentire lo stesso dolore del pugno È uguale Mentre leggo le tue pietre Piango E continuo a vederti in quei pugni che colpiscono anche me Mi colpiscono perché ciò che provo si fa carico del tuo dolore È giusto così: non è la pietra ma è il sangue della mano a spaventare chi darà soccorso La pietra può essere anche ciottolo Ma se viene rivestita di rabbia… È innocente la pietra Io invece mi sento colpevole Perché ancora ti cerco E mi stupisce come la vita mi aiuti a trovarti È veramente un miracolo È una stigmate Non è un sentimento Perché non si sa se credere o no Ma non importa La ferita e il sangue sono lì a ricordare che qualcosa esiste Non importa cosa Ora però chiudo davvero Mi bruciano gli occhi Per questo lacrimano Troppa luce Troppa Spengo E sfregando i miei occhi con un fazzoletto Sento il dovere di non buttarlo via Mi sembra un’immagine chiarificatrice di un’assenza di lacrime Lo riposo nella mia tasca E poi sfoglio la rubrica Ora ti trovo Trovo i numeri Non erano trascritti Perché erano scolpiti su pietra Per fortuna ho il mio fazzoletto mi costringe a pensare alla mia vista mi costringe ad avere compassione per il suo candore usurpato dalla mia sporcizia mi da la forza per soffiare il mio naso E far uscire il superfluo Per poi iniziare ad ascoltare il mio respiro. CHIUDI.
July 12 IX COMANDAMNETO: VERSUS VS VERSUSAspettare venia E guardare il tempo Come unica possibile cassa di risonanza dei sogni Perché aspettare? Allora io sono qua a guardare il tempo A pregare per ogni tentativo di vibrazione della mia anima Perché credo che esista un tempo interno che plasma il moto imprevisto delle cose Ma siamo noi che aspettiamo o è il tempo a prendersi gioco di noi? Incontri non previsti Inaspettati S’insinuano in un tempo sconvolgendo il suo progressivo moto Perché cambiare? Allora io sono qua e continuo a cambiare E ogni volta qualcuno si prende il mio tempo Ne stabilisce il ritmo Ma soprattutto la durata Perché il tempo ha anch’esso paradossalmente un tempo di vita Agganciata la levetta La musica farà girare la ballerina Sempre lo stesso moto Sempre lo stesso ritmo Sempre la stessa melodia Sempre la stessa piroette finale Fine del ballo Posa di chiusura Sorriso e lacrima bagnante Io osservo la posa composta dell’irripetibilità E il suo impietrito coraggio di aspettare Sempre lo stesso moto Sempre lo stesso ritmo Sempre la stessa melodia Sempre quell’ ultima piroette Che pietrifica il moto del sentimento Chissà se lei vorrebbe continuare a ballare? Allora perché agganciare solo una volta quel meccanismo Forse perché basta agganciarlo Non è necessario aspettare il tempo della fine La fine non è tale se continua a persistere nel ricordo Non è un dispositivo meccanico È carne pietrificata dal tempo del dolore È la musica non composta da note Ma da piccoli moti appartenenti all’anima Si può fottere il silenzio dopo la musica È facile Basta non smettere di ballare Tu fotti me Io fotto il silenzio Continuo a ballare Come parole in fila sviano margine di foglio Come ballerina sa di essere nell’unico spazio possibile a lei concesso In un tempo che lei fotte e che calpesta col moto silenzioso ed elegante Di chi anche in moto fermo Continua a muoversi Perché il sentimento non si nutre di tempo ma vive dello spazio dilatato dei sogni Che tempo possiede un sogno? L’indeterminabile infinito Allora io so qua Appena apro gli occhi non mi chiedo quanto tempo sia passato da quando questi avevano iniziato a ballare Ma sono anche un po’ preoccupata perché continuano a muoversi A nutrirsi di uno spazio E del dilungarsi nel tempo della realtà in cui i sogni Non hanno ancora finito il loro tempo C’è silenzio ma i miei occhi continuano a ballare A possedere la stessa apertura dei sogni A guardare ciò di cui si sono sfamati Come se l’incontro fosse solo il tempo stabilito del prevedibile tempo della attesa Come se il ricordo fosse riagganciare un meccanismo nel tempo infinito dello spazio dell’assenza come se l’assenza fosse l’ennesima conferma di presenza di ballo di piroette di interminabile silenzio fatto di musica. Allora lascio aperto il mio carion Senza agganciare Senza sperare di sentire ciò che già sento So che quella posa immobile e silenziosa mi farà capire meglio il ritmo della vita So che non ci sarà tempo ad ostacolare ballo So che avrò voglia di ballare nell’immobilità della sua persistenza So che si può restare fermi ma volare allo stesso tempo Continuo a stare in silenzio Scavando il terreno con lo spazio dilatato dei sogni E plasmando l’aria con il tempo dell’assenza. Ascolta il mio tempo È lì che troverai il mio moto È lì che mi vedrai ballare Ed è ancora lì che il tempo diventerà incontro Lì avrò preso tempo Fiato Spazio tempo tra le parole cariche di silenzio Per poi agganciare il meccanismo Iniziare a ballare Respirare in ritmo Slanciare il mio corpo per quell’ultima piroette Fermarmi mimare come solo l’immobilità sa fare Queste uniche parole volute dal tempo: Fottiti! May 26 VIII COMANDAMENTO: manereEsiste una simmetria di giustificazione Per lo sputo e la lacrima Sono liquidi di una stessa tensione emotiva Eppure sono entrambi necessari Io non credo nel respiro pieno del silenzio Credo nel respiro prima dello sputo Si, ci credo E non credo nel silenzio-canale della lacrima No, non ci credo Io non posso salvare il mondo Ma neanche esso può salvare me Allora sono lì Ti guardo E ora si, c’è silenzio Nessun respiro Nessuna parola Vorrei solo che tu sapessi che la mia mano non ha paura Né di respiri né di silenzi Ha bisogno però della tua lacrima come del tuo sputo Hanno, lo sputo e la lacrima La stessa necessità di avere spazio Strutture strutturanti un’emozione Io apro la mano E non so cosa riceverò Non mi interessa Apro la mano E poi non guardo ma vedo Ed ho bisogno di rinchiudere Per te Per me Per noi Il respiro Il silenzio Lo sputo e la lacrima Escono, si posano Si disperdono Si amalgamo nella stessa tessitura dell’anima che li ha generati Rientrano Per poi riuscire Io sono qui Tu puoi sputare o spingere lacrima Io posso solo raccogliere e bagnarmi dell’unica pioggia Che tu sai essere l’unica cosa che io potrei Saprei Vorrei fare La pioggia come coniugazione di sputo e lacrima Il manifestarsi improvviso di una manifestazione improvvisa È ciò che non era prima È ciò che c’è stato E che dopo esserci stato non dev’esserci Come la mia mano aperta Resta aperta Si richiude Ma poi si riapre Il respiro è il canale Il silenzio è l’argine all’inondazione La mia mano l’unico riparo che posso offrire Io non so se pioverà Non lo so Tanto la mano sa cosa fare Anche senza pensiero Con il silenzio In un piccolo istante di respiro Che si ripeterà in infiniti silenzi Piango Non piove Il mio respiro è più forte Il mio silenzio è sacro La mia mano è inorridita dalla sua stessa violenza e sottomissione Io piango Eppure non piove Tu guardi Eppure non vedi Sputo Piango Per me Perché l’egoismo della rappresentazione è il baricentro stesso della costruzione. Perché non si ha bisogno di schiaffeggiare per fare male Perché un fiume è tale anche senza dichiarati argini Perché il bonsai è una pianta ma è anche una filosofia Perché io so già tenere la mia mano e raccogliere Ora lacrime Ora sputo Ora pioggia Pianto, ora. Respiro, poi Silenzio, infine. April 21 VI COMANDAMENTO: chi-UDERE
Io di te, tu di me Restassi privo. Stretto il cunicolo Calma la mano che ti fa volare Ti ho spinto giù Abbiamo volato Hai visto, gioia mia, ci siamo riusciti. Ciò che non è stato in terra Si è avverato in cielo Eppure non un bacio. Io sono stanca di te Di me Degli altri Delle speranze Sono stanca Di lottare. Sto cadendo Non mi regge il furore Sì, è il furore a non reggere me Non il contrario Pensavo fosse amore Credevo potesse servire a qualcosa la tua libertà è inafferrabile anche per te stesso tu hai bisogno di te io ho bisogno di noi ricordi quando eravamo noi non ci sono più quei due essere nudi nessuna nudità solo vergogna ci siamo scoperti nudi ed abbiamo avuto paura di perderci eppure bastava così poco solo guardarsi noi non siamo nati per guardare ma per vedere ti spingo gioia mia anche le donne spingono e abbandonate, abbandono. Vorrei sapere come è stata la carezza di cielo Ma ho troppa paura Di riafferrarti Di non avere il coraggio di farti volare Stavolta non servono fischi Neanche salti Ti aiuto io, gioia mia Ti aiuto a volare Poi volo anch’io Sopra di te Arriverò dopo Ma sarò su di te Sulla stessa terra Avrò un tuo abbraccio E un bacio Volo con la bocca aperta Così da strappare bacio Ci troveranno insieme Abbracciati L’uno sull’altro E non oseranno dividerci Nessuno capirà che prima di essere terra Siamo stati cielo Prima di volare Ho scritto su quel muro Ho scritto di noi Così che la pietra possa tenere il peso del nostro dolore Le parole serviranno a scolpire il nostro passaggio Stai volando, gioia mia Sembri una foglia Tutto piatto, tutto libero come l’aria è per questo che ti amo libero e mentre scendi sembra che le tue braccia vogliano comprendere tutto è anche per questo che ti amo perché sai aprire braccia ed essere di tutti io però non mi sento in quell’abbraccio non mi vedo tu mi dai le spalle ho deciso di non cadere troppo è durato questo volo, gioia mia troppo tempo per conoscere le tue spalle le ho protette con lo sguardo ora voglio il mio bacio voglio il tuo volo dispiegato non cado resto. Chiudi le braccia, gioia mia. Sei arrivato. Io non volo. Io non salto. Canto. April 09 V COMANDAMENTO: STANZIAREIo, da fuori, arrivo qui a Bologna per vedere il teatro. Non so cosa sia questa soffitta. Perlustrerò tutti i territori per trovarla. Porte e finestre in questi spazi, sono terreni recuperati all’aridità, composti e scomposti, residui a volte. Hanno muri che dividono ambienti con drappi e tende di colore differenti; hanno pareti di cartone e di mattone; spigolature in legno truciolo da evitare. La luce delle finestre si alterna alla sorprendente luminosità di buchi non geometrici che mi regalano una luce naturale; ristretti cunicoli mi costringono a camminare lentamente, a limitare il mio movimento di passi. Io che sono arrivata qui per vedere il teatro devo prima trovarlo. Credo che i miei piedi non temeranno questo vicolo. Io e i miei piedi al servizio di uno spazio sconosciuto. Lo osservo come un appassionato dell’arte di Pablo Picasso coglierebbe tutti i particolari di un suo quadro che ha conosciuto solo su libro. Respiro la materiale immagine, distinguo i colori che dal vivo sono tali ma profumano anche. Ne osservo la posizione all’interno di questa grande sala. Un corridoio lungo e illuminato si dirama poi in più vicoli. Devo scegliere. Quale sarà la strada che avrà la durata minore? Rifletto come chi dopo l’applauso sa di dover riflettere. Ma è il mio corpo a riflettere non la mia facoltà umana di percepire il tempo. Sono stata seduta molto tempo prima di avventurarmi in questa labirintica ricerca. Seduta ad ascoltare. E ho percepito ed assimilato un ritmo che a volte si dilata o si restringe a seconda degli stimoli percepiti dal mio corpo. Seduta a guardare quadri interminabili nella loro presentazione colorata ma sgrammaticalmente disordinata. Mondi rappresentati nell’ottica di una rappresentabilità ormai desueta. La durata del mio percorso non ha ancora avuto inizio o meglio non ha risposta. È tale perché è una domanda. La durata di uno spettacolo teatrale non ha risposta temporale ma significato. Circoscrivere tale significanza è una risposta. Ho visto spettacoli durati il tempo di uno sbatter d’ali di farfalle poggiarsi e aggredire il mio corpo con un ritmo che non conoscevo; spettacoli che invece mi hanno fatto paura perché urlavano ad una farfalla. Animali spaventati da un’aggressione verbale, oche ipocrite (e per questo attrici) che concedevano la bellezza del loro sbatter d’ali. Terra e territorio divenuti sinonimi in una letteratura utilizzata come colorato terriccio. Lamenti di una donna che cercava di allontanare l’idea della morte e bombardava con parole di morti, dei morti. Uomini assenti e bestie presenti, in un unico e comune territorio. Erano in una stanza, al di là del secondo o terzo corridoio, non ricordo. Il pavimento di quella stanza era terra, dovetti chiedere a i miei piedi di continuare scalzi ma non orfani. Durante il cammino i momenti di oscurità e luce crearono alterne temperature al mio corpo, dovetti denudarmi. Non di abiti. Incappai in un corridoio lunghissimo che nella sua lunghezza era trafitto da buchi dai quali scaturiva una luce incandescente tenue e forgiante. Camminavo ma non sola. Le ombre mi accompagnavano. Riuscivano con mia grande curiosità a rigenerarsi, a mutare, a compattarsi tra loro e a sdoppiarsi. Non incontrai mai più la prima ombra. La cercai nelle altre. Credo che questo vicolo sia quello giusto. Mi limitai a vedere cosa c’era in questo vortice. Dovetti abbassarmi, il soffitto era calante o forse era il terreno che voleva eregersi al cielo. Imparai a dialogare con le ombre, a distinguere quelle fattezze, quegli impulsi deformi. Informi. Trovai un oggetto che mi stimolo curiosità. Era buio e l’unico modo per capire cos’era, era toccarlo. Mi rannicchiai su me stessa. Forse troppo. Lo presi tra le mie mani e dovetti usare tutti i miei sensi per classificarlo, la mia capacità percettiva. Era una maschera. Chissà se mi guardava quando imboccai quel corridoio. Era lì, la maschera, stretta tra quel triangolo formato da due pareti di colore differente. Non mi guardava la maschera. Decisi di portarla con me, trovata la mia soffitta, lei avrebbe potuto stare in uno spazio libero invece di essere confinata in uno spazio costruito. Ripresi il mio tortuoso cammino. Porte, finestre si alternavano con una velocità sanguinante per i miei piedi nudi. Attraversai un giardino. C’era molto sole. Decisi di riparare il mio sguardo con quella maschera. La indossai. Non c’era vegetazione in quel giardino ma solo una statua di marmo vedova di testa. Mi fermai a contemplare i movimenti marmorei di quella sagoma vivente. Li imitai. Danzai un po’ ma non avendo compagno, andai via. Salutai la statua e guardandola un ‘ultima volta, invidiai la sua nudità. Attraversai un piccolo fiume artificiale. Sperai che un’anguilla solleticasse i miei stanchi piedi. Poi mi ritrovai davanti ad una parete. Cercai un’altra via. Cercai una soluzione. Cercai una risposta. Trovai sempre davanti ai miei dolorosi occhi, una parete. Capì. Dovevo eliminare il distacco tra me e la parete. Trovare significato nelle nostre due espressioni. Accettare la sua forma di parete ma trovare il modo di scavalcare quella stessa forma. Non so quanto tempo sono stata lì. Sudore, misto a lacrime, grondava dal mio viso. Non so quante testate diedi a quella forma di parete, non so quanto lei soffrisse. Poi dopo essere entrambe stremate, diventò unico podio di conforto quella parete. Unica madre. Mi posai a lei come la neve scivola sulla tegola. E fu allora che lei cadde. Per me. Cadde nel momento in cui io caddi. Entrambe morte. Continuai a camminare per vie sconosciute che poi cominciarono, dopo un iniziatico cammino, a diventare familiari. Una strettoia mi costrinse a gattonare, ma le mie mani diventarono piedi. Indossavano le mie scarpe. Non so quanto tempo e quanta strada richiedesse quel tempo e altro tempo ma credo di aver sentito un rumore dentro. Mi lasciai andare a quel rumore. È passato tempo ma io non ho sentito nessun passaggio diventare lontano ricordo. Qualche volta torno indietro. Oltrepasso di nuovo quel giardino. Costringo i miei piedi orfani a cercare tutela. Danzo insieme a quella statua. E sono già dentro... March 25 IV COMANDAMENTO: PIETRIFICARE L'AMOREquando smetterai di cercarmi?
Lo sai che io ti vedo?
lo sai che io ti sento?
lo sai che ti amo. punto
rispetta il mio silenzio, ora.
rispettalo.
è l'unico ricordo che ho di te
ed è l'unica cosa che crudelmente ho dovuto imparare.
il silenzio.
sai che ti aspetterò
come io so che mi cercherai
ma io non mi farò più trovare.
ho deciso di amarti
perchè sei libero e perchè so che devi essere di tutti ma non mio.
quando smetterai di cercarmi?
io ho smesso di sognare ma non ho smesso di sognarti
Ezechiele predicava di trasformare i cuori di pietra in cuori di carne
io ho fallito, Ezechiele
pietra sei e pietra rimarrai
eppure ti ho levigato
ti ho difeso dal vento
ho difeso te, trasformando me in pietra
e ora lo sono diventata
pensavo che le mie lacrime servissero a scavare la tua roccia
ed invece hanno scavato così tanto il mio amore
da cementarlo
quando smetterai di cercarmi?
possiamo nasconderci
noi pietre
pietrificate dall'amore?
February 05 III COMANDAMENTO: INFANGAREPenso di riuscire a trovare me stessa in ognuna delle sfide che quotidianamente mi si presentano. Sono felice ma ho ancora l’amarezza per la nostra sconfitta Perché forse non lo sai Ma entrambi siamo sconfitti Perché non siamo riusciti ad amarci nel teatro Ma soprattutto nella vita Semplicemente Non ci siamo riusciti. Ora devo andare Riprendo la pala E continuo a scavare Sperando di riuscire a trovare per te uno spazio Eppure era tuo! Ora invece solo terra bruciata Poi ci metto dei fiori Delle zagare Tutte intorno quasi da formare il disegno della vita che avrei voluto con te. Ma è solo un disegno Poi inumidisco la terra con olio di basilico Mio nonno mi ha insegnato a fare l’olio di basilico Ed io lo metto dappertutto Poi prendo la pala e con questa infilzo la terra Così che il sole possa filtrare dentro di te Perché tu non hai sole dentro Per questo ti seppellisco Cosa ci fa il buio in pieno giorno? Non è possibile. Stai tranquillo Ho pensato anche alla musica Il mio silenzio canterà e ti stordirà Lascio però il mio pupazzo merlo sull’albero Accanto la pala Lui non canta ma sa parlare È da lui che ho imparato a parlare Io invece gli ho insegnato a volare Magari ogni tanto ritorno Ma fammi trovare tutto come adesso Non inaridire la terra Non far volare via il merlo E non soffiare sull’olio È olio, non è foglia Non coprirti gli occhi Perché il sole fa male a chi cieco è anche nell’apertura Sconfitti Soli E sconfitti Come il merlo senza canto Come l’olio di basilico senza foglia Come la pala che non è altro il fiume delle mie lacrime Che cadono su di me e scavano Scavano fino ad eliminare tutto Tutto di questo niente. Ancora una volta nella scrittura Ho infangato le mie mani di te.
January 19 II COMANDAMENTO:egoISMOOggi non mi sono concessa tempo per pensare. Non l’ho fatto. Un po’ me ne vergogno Poi l’egoismo. Sì, l’egoismo. Perché esso è necessario Come il bacio. Cosa ci distingue dagli altri? Ci ho pensato, in verità. Ed è un’immagine ciò che ho visto. Io seduta su una sedia Un bimbo che mi salta addosso E mi bacia Poi scappa. Tutti restano paralizzati e urlano “è scappato…è andato via” Io resto ferma. Non parlo Li osservo Ancora sulla guancia il calore di quel bacio Forse se faccio in tempo posso anche fermarlo, il bacio. Ferma Come se qualcosa mi avesse tenuta stretta per un tempo infinito E poi avesse lasciato la presa Come le pieghe dei pantaloni che poi tanto lavati, tornano. Ma le pieghe sono fastidiose perché sono pieghe. Possiedo l’eleganza della strafottenza e dell’immortale presenza Tanto tornano, le pieghe Puoi anche eliminarle ma loro esistono sempre Durano un tempo infinito e non esistono solo nell’attimo della postura. Credo che le pieghe siano il meccanismo esistenziale Più calcolabile che esista. Ma lo sguardo veicola il movimento e discerne la presenza delle cose O meglio ne stabilisce il significato Lo sguardo che vede la fuga, forse è quello stesso sguardo che non ha mai deciso di rimanere Si tenta di inseguire l’oggetto che scivola Ma inseguendolo ci si perde l’attimo della perdita. Mica si capisce la perdita, inseguendo. Si insegue e basta. Se ci si fermasse nell’attimo della mancanza? Ma non si fermano continuano ad urlare “è scappato…è scappato.” Non incontro il loro sguardo perché loro non mi guardano Non guardano il nostro bacio Non l’hanno neanche visto Vedono la mancanza La fuga La linea traiettoria che si è creata tra l’ultimo punto visibile ad occhio nudo Nel quale si distingue la sagoma E…ora mi guardano Continuano a urlare “fermalo…è scappato” Ed io lo fermo. Alzo la mano e la poggio sulla mia guancia sinistra Poi accarezzo il bacio e mi riconcilio con la mancanza degli altri Chissà quanto era lunga quella linea traiettoria? Chissà se era colmabile? Chissà se scappando si può comunque restare aggrappati ad un pezzo di pelle? Chissà se invece di urlare si fossero tutti baciati e poi come un lampo messi tutti in fuga? Chissà se ho sognato il bambino o il bambino stava sognando di correre? Semplicemente correre per nascondere una scoperta. Chissà se la mia mano ricorderà il calore di quel bacio? Chissà se io smetterò di parlare d’amore? Chissà se l’amore smetterà di fottermi ogni volta che cerco nel vocabolario della vita, la parola egoismo? Basta poco per appartenersi ma basta anche poco per creare distanze. Uno vede la fuga, l’altro vede il bacio. Uno soffre per il bacio, l’altro è magari stanco di correre. A chi dare ragione? Come decidere se la verità è nel bacio o nella fuga. Nell’attesa di una possibile conquista di libertà O nella custodia di un pezzo di pelle che se pur vecchia, di pelle baciata si tratta. La verità dell’assenza è però dimostrabile nella sua molteplice natura di performance. Un bambino mi salta addosso È un bambino! Non può saltarti addosso! Mi bacia Non può baciarti è un bambino! Non conosce bacio! Scappa. Non può scappare è un bambino! Ed io posso rimanere ferma, pensando di avere dato? È un bambino và seguito! Fermalo! È la prospettiva dell’occhio a decidere lacrima o ruga di sorriso La sua colorata visione nel momento in cui la mancanza Si riempie di significati. Io prendo il bacio, non vedo la fuga e non ascolto le urla Poi mi alzo e resto ferma. Perché è giusto scappare ma è anche giusto fermarsi E decidere se accettare il bacio o la fuga. Se comprendere o no il bambino O se egoisticamente approfittare di una stupida fuga per aggiudicarsi un bacio. Poi rompere il silenzio e stupire chi urla Sussurrando. “Grazie, potete sedervi. Ha solo paura”.
January 16 I COMANDAMENTO: ScriVEREHo pensato a quanto fa male il silenzio Ho pensato a quanto io sia altra rispetto alla mia scrittura A come essa codifichi un corpo altro fatto di carne Per l’ennesima volta ho colmato il silenzio, Pensandoti. Non è giusto. Fa troppo male il silenzio. Ti vedo ma sei zitto E ti riconosco Perché non è esistita parola per me Leggo ciò che scrivi ad altri E mi chiedo se questo interattivo scambio di sintagmi Possa dare a te calore. No, spero di no Io non ti conosco come uomo povero Eppure vedendoti sorridere Mi sei sembrato così solo Sorridente e solo Le tue parole Soltanto ponti alla vita Una vita che non hai Quanto avrei voluto scriverti Perché io so che era ciò che ti faceva sperare Che ti salvava Ma non posso Non posso più farlo Io non posso più tenerti dentro di me L’unica cosa che mi resta È questo massacrante silenzio Mi fa male Ti chiedo perdono per averti amato così tanto Perdonami se ho creduto di aver incontrato un uomo Perdonami per non aver avuto il coraggio di avere fiato quando ti vedevo Perdonami per aver avuto sospiro ad ogni tuo sguardo che però guardava le mie scarpette rosse Perdonami se credo di aver vinto la tua anima Perdonami se non riesco a venire da te Perdonami se non voglio più parlare Perdonami se voglio solo deriderti Se voglio fare l’amore con tutti tranne che con te Perdonami se per me sei solo un nome e un cognome Perdonami se non credo tu sia un grande amante Perdonami per aver pregato per te ogni sera Perdonami per non avere neanche voglia di dirti un “ciao” Perdonami perché io ti perdo Anzi non ti ho mai condannato Come posso non rispettare un silenzio La costunziale valenza di quel silenzio È semplice. È come il silenzio dopo la bomba Il petalo strappato al suo fiore La pietà della pietra dopo lo scalpello di poeta La rosa diventata asfalto La preghiera dopo la bestemmia La vendetta dopo l’amplesso La crepa della terra dopo l’alluvione Lo strappo dell’aquilone, non avendo avuto carezza d’ aria Perdonami se io so di te E perdonami se so che tu sai di me. Avrei voluto dirti queste cose, guardandoti Ma non ci sei Non ci sei mai stato Chiedo all’altro te stesso che si trova in viaggio con te Di donarti di lui affinché tu possa sempre vederti Spero tu possa sempre trovare uno specchio dove poter, come attore, sputare su una sagoma sconosciuta ma conoscente Ti regalo la mia scrittura Questa, hai sempre voluto Io mi regalo il silenzio necessario per non scrivere di te Ma di altri che se pur sono altri sono presenze carnali Vado allo specchio a mettere del rossetto rosso e a ricordare a me stessa Che sono quella ma sono anche questa A ricordare al rossetto di stare sempre nella mia borsa come unico “trucco” a me indispensabile La povertà appartiene alle cose quanto alle persone La miseria appartiene a chi ha deciso di vivere di se stesso Ecco, le mie parole che sono le ultime briciole azzime di te Non vedo più cosa sto pensando E questo è piacevole Perché vuol dire che non penso Che non sono Che non amo. Grazie per avermi fatto capire quanto sia facile parlare d’amore quando non lo si prova. Mio grande uomo sorridente e solo. Ciao! Ti dico ciao perché anche questa è una parola Ritorno a scrivere perché è l’unica cosa di me che ti spaventa E nella quale ti pozzu futtiri!!! (finisce. Non continua) January 14 abbiate il coraggioAbbiate il coraggio di amare Di confessare l’amore Di sussurrare l’indicibile Abbiate il coraggio di piangere Di accarezzare una foglia morta Abbiate il coraggio di essere madri Di trovare il tempo per calciare un pallone Insieme a vostro figlio Abbiate il coraggio di guardare negli occhi chi non riesce a vedervi Abbiate il coraggio di ridere del dolore Di morire nelle parole di altri Abbiate il coraggio di fermare un momento Di fermarvi in quell’unico istante benedetto Posso augurarvi queste Che sono parole Ma sono anche speranze. Abbiate il coraggio, Vi prego, di andare avanti. Spero che domani Di un nuovo giorno In un nuovo anno Possiate vedere e sentire… Un uomo che sotto la neve bacia la sua donna Un vecchio in bici che canta teorema Un pozzanghera senza acqua dove potervi specchiare Un cane pisciare sulle vostre scarpe Come unico atto d’amore possibile Una madre stringere al petto sua figlia Aspettando la morte La vecchiaia nelle mani di chi scrive Pervaso da grande dolore Il profumo nella neve Di basilico e zagara Il sapore di quell’unica bocca Che voi desiderate Lo stupore per lo scricchiolio Di una porta a voi sconosciuta La passione per un corpo altro E la carnale appartenenza La gioia di una voce nel buio Che forse non è Dio Un bimba con una bambola tra le mani E sogni in tasca di madre Un ragno sprovvisto di ragnatele che si prepara A tessere territorio Un silenzio tanto necessario da eliminare parola E dipendere dal suo perpetuo sussurro Una bocca pronta a baciarvi disperatamente Un portico di una città qualsiasi In una via qualsiasi Pronto ad essere per voi riparo Una mano calda e familiare che vi schiaffeggi Al momento giusto Qualcuno che vi baci la fronte Quando questa è assetata di liturgica compassione Qualcuno che vi regali una scatola vuota E i suoi occhi pieni di voi Un mare sempre d’inverno in cui poter scrivere sulla sabbia Un segreto Una rugiada d’albero finto Da cui una coccinella è appena scappata Una chitarra che urli rivelazione E vi scaldi Qualcuno a cui possiate sussurrare di dormire Attaccato al vostro petto Un bonsai privo di luce e acqua Ma con un unico bellissimo Fiore, ancora vivo, sbocciato sul suo ultimo ramo. Una madre che tesse per voi una sciarpa Del colore che voi non preferite Un muro dove poter scrivere un sentimento Mai confessato Un telaio macchiato del vostro sangue Un rossetto rosso con il quale scrivere Su uno specchio una vendetta Un libro privato della sua ultima pagina Un foglio nel vostro ultimo cassetto Ormai ingiallito Un ricordo fugace che vi fa piangere Una rosa dimenticata E ormai appassita Una pistola ad acqua che vi faccia tornare bambini Un anello che non avete mai voluto indossare Un preservativo mai utilizzato Una foto sbiadita e stralciata In mille pezzi Un santino privato di volto Una sedia a dondolo dove ormai fate fatica a sedervi Una lacrima rinchiusa in un batuffolo di cotone E non ancora evaporata. Voi stessi, che possiate trovare voi stessi in ognuna di queste cose.
Ovunque io sia. Cristina
October 27 ULTIMA LETTURA27/10/2006
Devo comunque ricordare che è passato un anno Da quando sono arrivata in questa città. Al mio arrivo in questa nuova isola Ho utilizzato questo spazio per scrivere Perché non vi era altro spazio O comunque era da perseguire Da inseguire Oggi Io scrivo per il teatro Grazie a tutti coloro che non sapevano A coloro che sconosco ciò A chi non vuole vedere Starò lontana per un po’ Sono in partenza Ritornerò Devo lottare E lo devo fare ora. Non voglio più scrivere parole Voglio essere. Voglio che tutto sappiano che io scrivo Per me stessa Per la mia città Per risolvere i miei conflitti Per l’uomo che non mi ama Per chi mi ama e mi ha sempre amato Per questo fuoco che ho dentro
Grazie
ULTIMA LETTURA FROM VITA TO TEATRO (ovvero from teatro to vita)
Si può scrivere con le parole ma si può scrivere anche con il cuore. si pensu chi di mmia po nesciri 'a vita io mi sento responsabile di questo mondo |
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